Il Mito del Vino

Il Mito del Vino - Il vino nella mitologia classica

Se dobbiamo credere all’affermazione di Karl Ottfried Müller, il filologo tedesco che, all’inizio dell’Ottocento, dopo aver collocato la mitologia classica all'interno del suo contesto storico, aveva sostenuto che il mito antico era un prodotto essenziale dell’esperienza umana, i numerosi racconti che i Greci hanno dedicato al vino non possono che confermare una simile ipotesi.

Queste pagine costituiranno una rapida panoramica su alcune di queste storie affascinanti, testimoniate da diversi autori in epoche diverse, che mostrano come la scoperta e la diffusione del vino, per quanto costantemente riferite al tempo remoto che aveva visto gli dei dell’Olimpo agire sulla terra (il tempo del mito, appunto), fossero in realtà strettamente legate alle multiformi attività esercitate dall'uomo greco nel corso della sua lunga storia.

Cominciamo con un racconto mitico che vede come protagonista Eracle, l’Ercole dei Romani, e che può aiutarci a comprendere che cos'era il vino per gli antichi.

Apollodoro, l’autore della Biblioteca, il più ricco repertorio di mitologia scritto in lingua greca, narra che prima di affrontare la quarta delle sue dodici fatiche, la cattura del cinghiale di Erimanto, Eracle fu ospitato dal centauro Folo, figlio di Sileno, che lo invitò a cena servendo all'eroe carni cotte, mentre lui le mangiava crude. Quando Eracle gli chiese un po’ di vino, Folo rispose che possedeva un orcio di vino che condivideva con gli altri Centauri, ma che non osava aprirlo. Eracle gli disse di non aver paura; convinto dalle parole dell’eroe, Folo decise allora di aprire l’orcio.

Il racconto di Apollodoro prosegue con le conseguenze di questa azione: l’arrivo dei Centauri armati davanti alla caverna di Folo, attratti dal profumo del vino; la lotta furibonda che si scatenò tra Eracle e le creature mostruose (i Centauri erano per metà uomini e per metà cavalli); la fuga dei Centauri, sconfitti dalla forza divina dell’eroe (che era figlio di Zeus).

Due sono gli elementi di questo racconto, poco noto ma molto denso di significati, che meritano di essere messi in rilievo.

Il primo elemento è il diverso modo di mangiare la carne: da una parte abbiamo la carne cotta, dall'altra abbiamo la carne cruda – ed è un particolare che indica la distanza culturale che separa Eracle dai Centauri (figure che sono parzialmente umane – perché parlano, per esempio, e perché sono dotati di ragione – ma non lo sono del tutto), vale a dire la stessa distanza che separa la vita degli uomini, che cuociono il cibo per renderlo più saporito e più digeribile, da quella degli animali, che non lo fanno (perché non lo possono fare).

Il secondo elemento è, per l’appunto, il vino. Folo custodisce l’orcio del vino, ma non lo apre né tanto meno lo beve: il vino non appartiene al mondo dei Centauri, perché non è un semplice prodotto spontaneo della terra, ma richiede, per poter essere gustato, un complesso metodo di lavorazione. Anche il vino quindi, proprio come l’abitudine di cuocere la carne, è una spia della civilizzazione.

Ma la nostra storia non finisce qui. Nei capitoli del quarto libro della sua Biblioteca storica dedicati alle vicende di Eracle, Diodoro Siculo, un scrittore nato nei pressi di Enna all’inizio del I secolo a.C., aggiunge a questo quadro due preziosi particolari.

Il primo dettaglio è l'origine di questo vino: Diodoro ci dice che quello di Folo non era un vino qualunque, perché l'orcio custodito con cura dal centauro era un dono di Dioniso in persona, il dio del vino, che glielo aveva affidato quattro generazioni prima, con la raccomandazione di aprirlo solamente quando Eracle fosse giunto in quel luogo. Così, per custodirlo nel modo migliore e per evitare che fosse bevuto (e questo è il secondo dettaglio che ci interessa), Folo l’aveva seppellito sotto terra.

Mettiamo per il momento da parte il primo particolare e consideriamo bene il secondo. Non si tratta di un dettaglio trascurabile: il vino, che è il risultato della lavorazione di un frutto nato spontaneamente (dalla terra), viene respinto da chi non è in grado di apprezzarlo e viene collocato di nuovo nel posto dal quale è nato (nella terra).

Il centauro rimane quindi davvero a metà strada tra l’animale e l’uomo, tra il suo lato equino e quello umano: non essendo in grado di fare il salto necessario per passare dalla vita primitiva a quella civilizzata, mangia le carni crude (come fanno gli animali) e rifiuta il dono del vino. Come? Restituendolo letteralmente al mittente, vale a dire facendolo tornare nelle viscere della terra dalle quali era miracolosamente scaturito.

I Centauri non possono apprezzare il vino proprio perché non sono pienamente uomini, perché a loro manca quel lato umano che permette di comprendere pienamente l'essenza della bevanda e di proteggere se stessi dai pericoli che essa può provocare. Tutte le volte che i Centauri incontrano il vino, infatti, per loro le cose finiscono male: nella storia che abbiamo appena raccontato, basta il semplice profumo che esce dall'orcio di Folo per farli letteralmente impazzire, inducendoli a scatenare una guerra con Eracle, che non può che vederli sconfitti; in un’altra storia più famosa, è sempre il vino a provocare una rissa che vede ancora protagonisti i Centauri.

Durante la festa per le nozze di Piritoo con Ippodamia, infatti, uno di loro, Eurizione, con la mente accecata dal troppo vino bevuto, aveva cercato di violentare la sposa; tutta la tribù dello sposo, i Lapiti, insieme all’eroe Teseo, il più grande amico di Piritoo, aveva reagito al tentativo di stupro scagliandosi contro Eurizione e gli altri Centauri. La battaglia (conosciuta col nome di ‘Centauromachia’ e raffigurata nelle metope del Partenone, che oggi si trovano al British Museum di Londra, e sul frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia) si era conclusa, così come era successo anche per la rissa provocata dall'apertura dell’orcio di Folo, con la sconfitta dei Centauri.

Dal Mito, il concetto di ‘misura’ e responsabilità nel consumo del vino

L’episodio era diventato proverbiale: la frase “Il vino accecò anche il centauro” veniva citata come un ammonimento tutte le volte che qualcuno esagerava nel bere il vino. La sentiamo per la prima volta nell’Odissea in bocca ad Antinoo, il capo dei Proci, i pretendenti alla mano di Penelope, quando il protagonista del poema (camuffato da mendicante) chiede di partecipare alla prova con l’arco: nel ricordargli che “il vino aveva accecato anche il centauro”, Antinoo mette in guardia Odisseo dal tentare un’impresa superiore alle sue forze (il tipico comportamento di un ubriaco, che per il troppo vino ha perduto il senso del limite).

Proprio nell’Odissea troviamo del resto l’esempio più celebre che mostra i pericoli che può procurare il vino a chi ne abusa: la storia del ciclope Polifemo, il figlio di Poseidone che beve il potente vino offertogli da Odisseo, si addormenta e viene accecato.

I Ciclopi non sono molto diversi dai Centauri: anche la loro natura non è del tutto umana (hanno un corpo gigantesco e un occhio solo); anch'essi vivono ai margini del mondo civilizzato. Anche per loro il vino è qualcosa di sconosciuto: nel Ciclope di Euripide leggiamo che questi mostri bevono solo latte; il vino non sanno cos'è, perché non coltivano nulla, neanche la vite. Per loro, tutto ciò che non è spontaneo non esiste: perché mai dovrebbero lavorare l’uva, se è sufficiente mangiarla così com’è?

Ma c’è un altro aspetto che accomuna le due storie: anche il vino di Polifemo è, come quello di Folo, un dono. Omero ci racconta infatti che l’orcio che conteneva quella ‘divina bevanda’, quel vino dal profumo soave, era stato donato all’eroe di Itaca da Marone, un sacerdote di Apollo al quale Odisseo aveva salvato la vita; dal momento che Marone era un discendente di Dioniso, non è difficile intuire da chi il sacerdote avesse ricevuto l’orcio. E, quanto era forte l’odore del vino donato a Folo (che poteva essere sentito anche da chi era molto distante), tanto era forte la gradazione del vino di Marone (che, come ci racconta lo stesso Omero, per essere bevuto senza subire eccessive conseguenze doveva essere miscelato con almeno venti parti d’acqua!).

Di nuovo quindi il vino è il dono, diretto o indiretto, di un dio, che può essere bevuto senza conseguenze solo da chi è pienamente dotato di ragione (e non da chi, come Centauri e Ciclopi, è per metà uomo e per metà no). Ma, ancora, ci sono altre storie che ci raccontano come, nel donare il vino agli uomini, Dioniso li abbia messi in guardia dai rischi che corre chi ne beve in misura eccessiva.

Il dono di Dioniso e la diffusione del vino in Grecia

Un passo di Igino, l’altro grande mitografo antico (latino, però), autore di due preziose raccolte di miti, le Favole e l’Astronomia, ci racconta così l'invenzione del vino:

Quando il padre Libero (il nome latino di Dioniso) andò a trovare gli uomini per mostrare la dolcezza e la piacevolezza dei suoi frutti, giunse alla casa di Icario e di sua figlia Erigone, che lo ospitarono generosamente; il dio allora li ricompensò con un otre pieno di vino, chiedendo di diffonderne l’uso anche nelle altre regioni della Grecia. Icario mise tutto su un carro e giunse, insieme alla figlia (e al cane Mera), in Attica, dove fece provare ai pastori quanto fosse dolce quella bevanda. Ma i pastori lo bevvero senza misura e caddero a terra ubriachi; convinti che Icario avesse dato loro un veleno, lo uccisero a colpi di bastone. Ululando presso il padrone ucciso, il cane Mera guidò Erigone fino al luogo dove giaceva insepolto il padre; qui la fanciulla si impiccò a un albero, sopra il suo cadavere. Per questo fatto Libero si adirò e inflisse alle figlie degli Ateniesi una pena analoga (la morte per impiccagione). Gli Ateniesi chiesero allora all'oracolo di Apollo i motivi di questi misteriosi suicidi; la risposta del dio fu la seguente: ‘Le vostre figlie si suicidano perché non avete punito coloro che hanno provocato la morte di Icario e di sua figlia Erigone’. Dopo aver ricevuto questa risposta, gli Ateniesi fecero scontare ai pastori il loro delitto e, contro il diffondersi del contagio, istituirono una ‘festa dell'altalena’ in onore di Erigone. Decretarono inoltre che, durante la vendemmia, le prime libagioni venissero dedicate alle due vittime. Per volere divino, padre e figlia furono assunti fra le stelle: Erigone è il segno zodiacale della Vergine, che noi chiamiamo Giustizia; Icario tra le stelle è chiamato Arturo; il cane Mera è la Canicola”.

Lasciamo da parte alcuni spunti interessanti di questa storia che ci porterebbero troppo lontano (l’origine della ‘festa dell’altalena’, che si celebrava durante il terzo giorno delle Antesterie, una festività ateniese legata all'apertura delle botti che contenevano il vino nuovo, e il catasterismo finale, vale a dire la trasformazione dei protagonisti in costellazioni) e concentriamoci sul tema dell’ospitalità divina, che ritroviamo anche nel mito che riguarda l’origine dell’altro elemento che era alla base dell’alimentazione antica.

Come Demetra, la romana Cerere, la dea dei cereali, dona il grano – e quindi il pane – al giovane Trittolemo, per ricompensare i suoi genitori Celeo e Metanira, i sovrani di Eleusi, che le avevano dato ospitalità mentre stava errando per il mondo alla ricerca di sua figlia Persefone (rapita da Ade e portata nel regno dei morti), così al gesto ospitale di Icario corrisponde la ricompensa di Dioniso, che dona all'uomo la vite – e quindi il vino.

Il vino viene visto quindi come un dono – un'affermazione che percorre tutta la letteratura greca, a partire dal celebre frammento di Alceo nel quale il poeta di Lesbo, vissuto a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., afferma che Dioniso, il figlio di Zeus e Semele, ha donato agli uomini il vino lathikades (un aggettivo che significa “che fa dimenticare le sofferenze”).

Ma, poiché il vino può essere molto pericoloso se lo si beve senza misura (come dice Igino: immoderatius), ecco che nel donarlo Dioniso insegna agli uomini anche il modo per attenuarne la potenza. Nell’opera Il banchetto dei sofisti, composta dallo scrittore egiziano Ateneo nel II secolo d.C., veniamo a sapere che il dio aveva insegnato al re ateniese Anfizione, figlio di Deucalione (l’uomo che aveva salvato il genere umano dopo il diluvio universale), a mescolare il vino con l’acqua. Grazie a questo semplice accorgimento, gli uomini, che prima, dopo aver bevuto il vino puro, finivano sdraiati per terra, riuscirono a berlo rimanendo in piedi – tanto che, per ringraziare il dio, Anfizione ordinò di innalzare un altare dedicato a Dioniso ‘diritto’ all'interno del tempio ateniese dedicato alle Stagioni (le divinità che facevano crescere la vite).

Ateneo attribuisce questo racconto allo storico ateniese Filocoro (IV-III secolo a.C.), mentre (sempre secondo Ateneo) sarebbe stato Filonide, un medico originario di Durazzo, vissuto nel I secolo a.C., a raccontare la storia seguente, che chiama in causa addirittura Zeus, il re degli dei.

Un temporale aveva sorpreso sulla riva del mare un gruppo di bevitori, che erano corsi a ripararsi lasciando il cratere di vino puro sulla spiaggia; passata la tempesta, erano tornati e l’avevano assaggiato così com'era, mescolato all'acqua piovana, trovandolo non solo gradevole, ma anche molto meno inebriante. Ecco perché durante i simposi la prima coppa era offerta a Zeus, il dio della pioggia, per ringraziarlo d'aver insegnato agli uomini a godere del vino nel modo più sicuro possibile.

Il concetto di ‘misura’ è sempre legato al vino: non ce lo dicono solo questi racconti che fanno risalire agli dei le normative che ne regolano l’uso, ma lo affermano anche i poeti, come Teognide (VI-V secolo a.C.), secondo il quale “chi supera la misura del bere non è più padrone della lingua e della mente”, o come Paniassi (V secolo a.C.), dove leggiamo che “il vino distrugge tutte le pene che affliggono il cuore degli uomini se bevuto con misura, mentre è dannoso se bevuto oltre misura”, o come Onesto (I secolo d.C.), che afferma che “la giusta misura di ogni gioia” consiste nel bere il vino senza mai superare i limiti stabiliti dalla ragione umana.

Nel frammento che ho ricordato prima, lo stesso Alceo, dopo aver affermato che il vino era un dono di Dioniso, esorta il compagno che aveva il compito di miscelare il vino a versargli una coppa nella quale due parti di acqua temperassero la forza di una parte di vino – una miscela che i Greci consideravano come particolarmente moderata, perché consentiva di bere numerose coppe di vino senza ubriacarsi.

Come si vede, le pratiche che gli uomini avevano escogitato per regolare il consumo del vino (una bevanda che, per le sue caratteristiche singolari, era vista come qualcosa di soprannaturale) vengono confermate, a posteriori, attraverso lo strumento della mitologia: non solo la divinità ha donato il vino agli uomini confidando sul fatto che, essendo dotati di ragione (a differenza dei Centauri e dei Ciclopi), fossero in grado di produrlo, coltivando la vite e lavorandone il frutto, ma ha anche insegnato loro il modo giusto per berlo senza correre pericoli, miscelandolo con l’acqua per attenuarne la potenza.